2.4.07

Schemi di biosaccheggio delle Ande: il caso peruviano


Gian Carlo Delgado
Selvas.org
30-03-2007
http://www.selvas.org/newsAN0307.htm


In America Latina, oltre al Corridoio Biologico Mesoamericano (CBM), esiste il progetto di un grande corridoio biologico che si apre come un ventaglio su tutto il Sudamerica: il Corridoio Biologico del Sud (CBS). Per quanto lo scenario “pre CBS” sia in generale di grande interesse e complesso, questo testo si limiterà alla sua dimensione Andina e soprattutto al caso del Perù. Nonostante sia necessaria una ricerca specifica per valutare ogni singolo caso, questo paese può essere preso ad esempio per esaminare la regione.
Ecco "nomi e cognomi" negli interessi internazionali della conservazione e sfruttamento della biodiversità.




In America Latina, oltre al Corridoio Biologico Mesoamericano (CBM)(1), esiste il progetto di un grande corridoio biologico che si apre come un ventaglio su tutto il Sudamerica: il Corridoio Biologico del Sud (CBS). Per quanto lo scenario “pre CBS” sia in generale di grande interesse e complesso, questo testo si limiterà alla sua dimensione andina e soprattutto al caso del Perù. Nonostante sia necessaria una ricerca specifica per valutare ogni singolo caso, questo paese può essere preso ad esempio per esaminare la regione.

Per le sue particolari caratteristiche, il Perù è considerato il settimo paese più ricco per biodiversità e endemismo(2). In un territorio di 1,285,216 km2, convive un'impressionante ricchezza biologica e culturale, L'ampia zona costiera e marina, con correnti da sud a nord (di circa 863,000 km2) e la Cordigliera delle Ande, che si sviluppa in direzione parallela al Pacifico, determinano parecchi ecosistemi che vanno da quelli montagnosi fino agli umidi-tropicali e alla tundra. Le zone aride e sub-umide del Perù si possono distinguere in boschi secchi (Tumbes, Piura, Lambayeque), colline (lungo tutta la costa), le zone semiaride della Cordigliera delle Ande e la zona sub-umida sul versante orientale (San Martín). In termini generali, il 55% del territorio ha clima tropicale, il 14% desertico, il 9% umido, l'8% boreale e il 13% di alta montagna o tundra. Questo ventaglio di biomi configura le 84 zone di vita e le 17 transizionali (delle 104 esistenti nel mondo), otto province biogeografiche e tre grandi conche idrografiche che contengono 12.201 tra laghi e lagune, 1.007 fiumi e 3.044 ghiacciai.
Secondo il saggio Diversidad Biológica en Perú (3) , nel paese è presente il 15% del totale della biodiversità a livello mondiale e il grado di endemismo è considerevole: le montagne andine registrano da sole una concentrazione del 6% di uccelli e del 38% di anfibi. Altri dati indicano che vi è raccolto il 10% della flora mondiale, di cui il 30% è endemico e, “… per quello che riguarda la fauna, è il primo paese per diversità di pesci (circa 2.000 specie d'acqua marina e continentale, cioè il 10% del totale mondiale), il secondo per uccelli (1.736 specie), il terzo per anfibi (332 specie), il terzo per mammiferi (460 specie) e il quinto per rettili (365 specie). Il Perù è uno dei paesi più importanti per endemismo, con almeno 6.288 specie, di cui 5.528 appartengono alla flora e 760 alla fauna”(4). Allo stesso modo è risaputo che il Perù si delinea come uno dei principali centri d'origine (Vavilov) di piante commestibili come la patata: è per questo che il Centro Internacional de la Papa, parte del Consultative Group on Internacional Agricultural Research, che conta sul sostegno della Banca Mondiale (BM), ha sede in questo paese. Bisogna aggiungere che è molto importante anche la diversità di specie di pomodori, granoturco e tuberi, granaglie e radici andine. Se ne può dedurre che questa ricchezza non è da poco: la Estrategia Nacional de Biodiversidad(5) del Perú, che è conseguenza della firma della Convenzione sulla Diversità Biologica (CDB) ed è finanziata da Pnud, BID, IUCN e Biodamaz (della Agenzia di Cooperazione della Finlandia), specifica che il paese “…possiede 128 specie di piante native domestiche con centinaia di varietà… [oltre ad]…avere 4.400 specie di piante native di impiego conosciuto, tra cui quelle con proprietà alimentari (782), medicinali (1.300), ornamentali (1.600), oltre ad altre coloranti, aromatiche e cosmetiche.”(6)


La diversità culturale peruviana, risultato di questa complessità naturale, è straordinaria. Attualmente sopravvivono nel paese 55 lingue appartenenti a quindici famiglie, senza contare il Quechua e l'Aimara.(7) Tra le principali popolazioni indigene (più di 50 gruppi etnici) si possono citare, oltre ai Quechua e agli Aimara già ricordati, anche gli Amahuacas, gli Shuare, gli Yine o Yora, ecc.
Il Perù preserva poco più dell'8% del territorio nazionale, porzione contenuta in 52 aree naturali protette e categorie affini. Sembrerebbe che nel 1992, considerati i presunti limiti del sistema di ANP e sull'onda dell'entusiasmo del Summit di Rio, la BM abbia dimostrato un forte interesse per ritornare alla realtà precedente creando, con il Pnud, il PNUMA e il GEF, il Fondo Nacional para Áreas Naturales Protegidas de Perú (FONANPE). Per amministrarlo si creò nel 1993 il PROFONANPE, un ente privato con “...autonomia nel decidere azioni e contratti”(8) che riceve finanziamenti da altri partecipanti come la Fundación MacArthur, Usaid, Gtz, KfW, Cooperazione canadese, finlandese e olandese, per citarne alcuni. Solo nel 1997 i principali finanziatori “... investirono circa 15.640.100 dollari in attività legate alla biodiversità.”(9)
Interessante notare, riguardo alle attività della BM, la condizionalità del prestito, basata principalmente sulla promozione della partecipazione dell'iniziativa privata nella conservazione e sfruttamento delle risorse ambientali. Nel 1997, quando le ANP erano 46 e sotto la denominazione di “obiettivi nella conservazione e uso sostenibile della biodiversità”, l'Estudio de País o Diversidad Biológica en Perú evidenziava già l'urgente necessità di “… cooperare e coordinare iniziative tra il settore pubblico e quello privato per la conservazione e l'uso sostenibile dei suoi componenti.”(10) Ciò significa lo sfruttamento della biodiversità da parte dell'iniziativa privata, soprattutto delle risorse forestali e biotiche (intese come “suoi componenti”), la stessa che per principio agisce secondo la logica di massimizzare i guadagni e curare gli interessi del settore privato, non quelli del pubblico. In questo senso, nel 1998-99, la BM/Gef promosse l'“Environment, Participation and Private Management Project”, iniziativa che si applicò in ogni paese dell'area andina. Per il 2001, l' Estrategia Nacional de Biodiversidad riprendeva con decisione lo stesso proposito, ma in forma già più “raffinata”. Per esempio si possono leggere queste parole:
“…bisogna promuovere lo sviluppo economico del Perù sulla base dell'uso sostenibile dei componenti della biodiversità, condividendo tale meta con il settore privato .”(11)
Bisognerebbe segnalare che questo sviluppo economico del Perù rappresenterebbe, nel migliore dei casi, quello dei gruppi politici e imprenditoriali coinvolti nel commercio delle risorse naturali e in nessun modo quello del popolo peruviano. Per di più il grosso del commercio non sarebbe neppure nelle mani dell'imprenditoria nazionale, ma dei loro “soci” stranieri. In parole povere, sono gli attori stranieri a spartirsi la torta (con il capitale e la tecnologia per farlo), mentre ai country manager locali rimangono le briciole. E' quanto è successo con altri attivi nazionali del paese che sono stati privatizzati con modalità e forme diverse. Le “briciole della torta” non sono state per niente irrilevanti, anche se lo sono in rapporto al vero valore degli attivi liquidati. Secondo il rapporto finale della Comisión Investigadora sobre Delitos Económicos y Financieros cometidos entre 1990-2001, la cupola di potere peruviana utilizzò tutte le risorse prodotte dalle privatizzazioni di imprese pubbliche durante il suo mandato (dal 1993 al 2000). Le risorse provenienti dalle privatizzazioni raggiunsero i 6.445 milioni di dollari e sono già stati spesi quasi completamente. Il rapporto indica che il paese ha venduto i suoi attivi senza che le entrate ottenute si siano trasformate in attivi strategici, fisici, istituzionali o sociali per lo sviluppo. Risulta quindi piuttosto strano che un terzo delle “spese” ricada sotto la voce “spese settoriali e sociali” e soprattutto che tra i principali beneficiari figurino gli ex ministri Camet, Joy Way e l'ex consigliere Montesinos. La metà della cifra spesa da Camet in quel periodo avrebbe avuto gli altri due come beneficiari indiretti (1.400 milioni su 2.700 milioni spesi in opere e acquisizioni).
In questo contesto è rilevante che l'89% del personale del Sistema Nacional de Áreas Protegidas de Perú (SINAPE) sia pagato non dall'INRENA, ma con fondi di Cooperazione Internazionale e ONG.(12) La penetrazione degli interessi esterni è dunque più che evidente. Tra gli attori coinvolti nella geoeconomia e la geopolitica delle risorse naturali del paese (in situ) segnaliamo: la BM, BID, GEF, Pnud/PNUMA, Fao, la USAID, la Comunità Economica Europea, Gtz, AECI, la Cooperazione italiana e giapponese, IUCN, TNC, WWF, Fondazione MacArthur, lo Smithsonian, il Giardino Botanico del Missouri (coinvolto soprattutto nella ricerca sulla flora peruviana), il Museo di New York, il Museo Field di Chicago, Pronaturaleza/Fundación Peruana para la Conservación de la Naturaleza (finanziata, tra gli altri, da TNC e WWF), la Asociación Peruana para la Conservación - Apeco (con alleanze con CI, Wildlife Conservation Society, ecc.), l'Instituto de Desarrollo y Medio Ambiente - IDMA (con il supporto di IUCN, WWF, Gtz, ecc.) e altri.
In quanto alla biodiversità ex situ (banche di germoplasma e giardini botanici), sono da segnalare le attività del Museo de Historia Natural del Perú (MHN). Esistono diversi accordi tra questo e vari musei e istituzioni scientifiche come il Giardino Botanico del Missouri, il Museo di New York, il Museo Field a Chicago, lo Smithsonian, per citarne alcuni: in genere vengono sviluppati lavori di ricerca in cooperazione, giacché si conta la presenza di un certo numero di ricercatori stranieri nelle strutture del paese. E' curioso il fatto che il museo abbia forti legami con gli USA, per cui le sue attività sono degne, quantomeno, di godere di una certa pubblicità, soprattutto se si tiene presente che questa istituzione è responsabile dello sviluppo di collezioni scientifiche e studi di etnobotanica e fauna. Dato che il MHN raccoglie il 95% delle collezioni zoologiche del Perù e l'80% delle collezioni di piante, è magnifico che sia stato proposto come centro nazionale di coordinamento per l'Iniciativa Global Taxonómica e stia coordinando lo sviluppo di una base di dati in Bionet Internacional per “semplificare lo scambio di informazioni” (in coordinamento con IUCN e finanziato dal Pnud, dalla Food and Agriculture Organisation dell' ONU, dalla Usaid, dalla Agenzia di Cooperazione svizzera e dal Department for International Development della Gran Bretagna). Su questo scenario si affaccia anche l' Instituto de Investigaciones de la Amazonía Peruana - IIAP (in collaborazione o con l'appoggio del governo peruviano, la FAO, la BM, BID, cooperazione internazionale come la Usaid, WWF, l'Università dell' Illinois negli USA e l'Università di Leeds in Inghilterra, per ricordarne alcuni). Lo IIAP, per mezzo di un accordo con l' INRENA, riceve tutte le campionature di insetti al fine di conoscere -con il ”sostegno” dei componenti delle comunità indigene e contadine - la denominazione locale delle specie. Tra le altre sue attività, lo IIAP sta conducendo un Programma di Biotecnologia che si concentra sull'identificazione genetica, la determinazione di componenti del DNA delle piante acquatiche e sui principi attivi delle piante medicinali.



Per quanto si sappia che la ricerca interistituzionale è necessaria e fondamentale per il progresso della scienza (anche se ci sarebbe da chiedersi di che tipo di scienza si tratti), in questa materia la barriera tra attività scientifiche e commerciali è quasi inesistente dato che la maggior parte delle categorie scientifiche sono finanziate da multinazionali o hanno legami prossimi a queste. Il Giardino Botanico del Missouri, il Museo di New York, il Museo Field a Chicago, lo Smithsonian hanno vincoli con le multinazionali coinvolte nel commercio delle biotecnologie. Nel caso dello Smithsonian, sono noti accordi con le multinazionali Monsanto (USA) e Novartis (Svizzera), mentre tutti e quattro hanno accordi, senza eccezioni, con laboratori privati e pubblici (compresi quelli militari) degli USA.
Se si pensa che la collaborazione del MHN e delle istituzioni affini consiste nel trasferire “solo un campione”, bisogna puntualizzare che uno dei grandi affari nel quadro dello sviluppo delle biotecnologie sono le librerie di strutture biochimiche e genetiche, per le quali è sufficiente solo un campione per ottenere tutte le informazioni necessarie. Questa informazione è poi comperata dalla multinazionale che sta cercando composti con qualche potenziale commerciale per cercare di sintetizzare in laboratorio il composto (o i composti) desiderato, cercarne uno simile nella raccolta di materiali genetici del Nord oppure negoziare un contratto di uso esclusivo. Come se non bastasse, l'estradizione di materiale genetico verso i paesi del Nord ne mette l'accesso, la gestione e l'uso sotto il riparo delle leggi di questi paesi, per cui si è segnalato che, nell'ambito della CDB, tutto fa pensare che lo spostamento a una dimensione ex situ delle risorse genetiche del pianeta costituisca una legittimazione della loro spoliazione.
Tuttavia, tornando al ruolo della BM et alii sulla biodiversità in situ, sorge la necessità di dare rilevanza ad alcuni progetti che favoriscono il furto della biodiversità, che la BM ha promosso nel paese. Si noti che non si tratta di una critica alla sua capacità di conservazione dell'ambiente (critica che le si potrebbe ampiamente presentare), piuttosto si cerca di dimostrare le dimensioni della penetrazione di attori esterni all'accesso, alla gestione ed all'usufrutto di una risorsa strategica. Tra questi: il Titicaca Basin Biodiversity Conservation Project (con finanziamento di BM/GEF, PNUD e Cooperazione Italiana); i progetti realizzati da BM/BID nella zona di confine tra Perù ed Ecuador che comprendono otto bacini condivisi, a cui partecipa anche l'Agenzia spagnola di cooperazione internazionale. Il progetto di Gestione dei Parchi Binazionali finanziato dalla Organizzazione degli Stati Americani (con sede a Washington, USA); il Progetto di Pucacuro (della BM/GEF), il Progetto Nanay (della BM); quello della Gestione Partecipativa di Aree Protette (GEF/BM); l'Ordinamento Territoriale e Uso Sostenibile delle Risorse Naturali dei Bacini dei fiumi Morona e Pastaza (KfW della Germania); la Gestione delle Risorse Naturali e dello Sviluppo Rurale nelle Zone Cuscinetto di 7 ANP (cooperazione tedesca); lo Sviluppo delle Capacità Umane e Istituzionali del SINANPE (Ambasciata Reale dei Paesi Bassi); quello di Partecipazione Indigena nella Gestione delle Aree Protette (Bm/Gef-Profonanpe); la Participatory Conservation and Sustainable Development Program with Indigenous Communities in Vilcabamba e il Strengthen the Conservation of Madidi National Park through Applied Research, Monitoring and Management Capacity Building, entrambi della BM/Gef; o il Community based Conservation and Sustainable Use of the Antiquipa and Taimara Lomas Ecosystems (BM/Gef, Pnud). Si distingue tra questi il Progetto Diversità Biologica della Amazzonia Peruviana (BIODAMAZ), una convenzione firmata nel settembre 1999 tra i governi di Perù e Finlandia, a cui partecipano l'IIAP, la Biota BD, S.A. e l'Università di Turku, tutte finlandesi. La Biota BD, membro delle finlandesi Aboa Tech Ltd (che si occupa della “commercializzazione di innovazioni tecnologiche”, in particolare biotecnologiche) e l'Indufor Ltd. (finanziata dall'impresa statale finlandese Metsähallitus e con alleanze, tra le altre, con Paperinfo Oy - che commercializza le risorse forestali) ha altri progetti quali il Support to the Allpahuayo-Mishana Reserve e il Biological Diversity of Peruvian Amazon.


Dello stesso tipo, e di maggiore importanza, sono le attività del Critical Ecosystem Partnership Fund (CEPF) che dimostrano l'implementazione del Corridoio Biologico del Sud (CBS). Al fine di evitare sicure critiche, si sta evitando di attuare il CBS come un mega progetto, (come invece è stato fatto con il CBM), ma attraverso vari progetti di corridoi locali, nazionali e tra due nazioni. La BM e il CEPF si profilano come teste d'ariete per tracciare e dare vita a “mini” corridoi biologici (così da differenziarli) che contribuirebbero alla realizzazione del CBS, sostenuto dalla Conservation International, da BM/Gef, dal Governo giapponese e dalla Fondazione MacArthur, anche se la partecipazione di tanti altri protagonisti trova spazio nello specifico in ciascun progetto. Il CEPF ha individuato 3 “mini” corridoi nella regione andina: il Corredor Vilcabamba-Ambiró (Ande Tropicali), il Corredor Condor (Ande Tropicali) e il Corredor Sureste Chocó (Chocó-Darien/Ecuador orientale). Tra i partecipanti che si aggiungono a questa campagna ci sono Usaid, Wildlife Conservation Society, lo Smithsonian, CARE, WWF, TNC, ProNaturaleza, Apeco e l'Irena. Secondo quanto sostiene il CEPF, “...il proposito della strategia di investimento consiste nel favorire la partecipazione effettiva delle ONG e del settore privato nella conservazione della biodiversità dell'Ecosistema Forestale Vilcabamba-Amboró.”(14) Così come nel CBM, tra le attività di “conservazione e gestione delle risorse naturali” c'è, in base a quanto ritiene il CEPF: “...la necessità di analisi etnografiche che racchiudano la conoscenza tradizionale, le azioni e le pratiche ambientali tra le popolazioni rurali.”(15) Non si dimentichi però che il CI ha accordi di intesa e di finanziamento con numerose CMN coinvolte nello sviluppo delle biotecnologie tra cui la Monsanto, l'Hyseq Inc., la SmithKline-Beecham, l'ICBG, la Bristol-Myers Squibb, la Dow Agrosciences, la Pulsar Internacional, la Shaman Pharmaceuticals, IUCN, oltre alla stessa BM, al Dipartimento di Stato americano, ecc.
La preparazione del CBS si limita solo alla zona andina. BM/Pnuma stanno promuovendo un progetto regionale per determinare le principali ecoregioni da preservare: il “Catalyzing Conservation Action in Latin America: identifying priority sites and best management alternatives in five globally significant ecoregions”. In base al documento ufficiale della BM( ), il progetto include la zona di Choco/Darien (Colombia, Ecuador, Panama); quella della Cordigliera orientale delle Ande (Ecuador, Colombia, Perù); quella dello Yungas peruviano e boliviano, e le Savane del Chaco (Paraguay e Bolivia). Ne fanno parte attori quali la Statunitense National Aeronautics and Space Administration -Nasa (per l'acquisizione di immagini satellitari dettagliate), la Usaid, Gtz, WWF, CI, TNC, Ancon, Pronaturaleza, ecc.

Si può dedurre che si tratta di consolidare gradualmente il CBS di pari passo con il CBM (da qui la ragione di includere Panama in entrambi i corridoi). Tuttavia, sia in un Corridoio che nell'altro, l'importanza di identificare attori esterni all'accesso, alla gestione ed all'usufrutto della biodiversità permette di leggere i progetti di “conservazione ed uso sostenibile della biodiversità” in maniera diversa. Allo stesso tempo consente di vedere con maggiore chiarezza le implicazioni di iniziative governative che risultano essere funzionali o che possono prestarsi alla “legalizzazione“ e/o lavaggio del saccheggio biotico, e di altre risorse naturali del paese. Si pensi ad esempio alle implicazioni che hanno i suggerimenti del documento Diversidad Biológica de Perú dove, nel tentativo di incrementare il livello di partecipazione del settore privato, si sostiene che tra le attività da promuovere ci sono:

…a) Informazioni sugli ecosistemi, sulle specie (inventari, biologia, ecologia e fisiologia, ecc), sui geni, compresi i principi attivi e i processi ecologici. b) Applicazione e comprensione delle conoscenze tradizionali nella tecnologia moderna, tecniche e metodi. c) Meccanismo di conservazione, ivi comprese le collezioni scientifiche affidate ad istituzioni nazionali.(16)

Allo stesso modo si può rivedere il “Régimen Común de Acceso a los Recursos Genéticos” contenuto nella Decisión 391 della Comunidad Andina, che “regola l'accesso alle risorse genetiche e ai prodotti da esse derivati, appartenenti ai Paesi Membri”. Oltre a garantire che il commercio relativo all'uso della biodiversità resti in mani nazionali, dal momento in cui si favorisce lo sviluppo di tecnologia di punta e dei suoi prodotti, ciò che si cerca è garantire che si paghi una quota corrispondente per il saccheggio delle risorse biotiche, affinché “altri” (del nord) facciano i veri affari con la ricchezza naturale del sud. Qualcosa di simile accade con il petrolio, infatti i paesi petroliferi come il Messico, invece di essere esportatori di prodotti petrolchimici (settore in cui si concentra il grosso del commercio di idrocarburi), si convertono in meri esportatori di petrolio grezzo. In tale panorama, l'accordo della Comunidad Andina si sforza di chiarire i lineamenti per l'accesso e l'usufrutto alla ricchezza naturale della regione, spiegando che, “…la concessione di brevetti che riguardano invenzioni sviluppate a partire dal materiale ottenuto da detto patrimonio o conoscenze sarà vincolata alla verifica che tale materiale sia stato acquisito in conformità con l'ordinamento giuridico internazionale, comunitario e nazionale.”(17) Uno scenario in cui per “contratto di accesso” s'intende l' “…accordo tra l'Autorità Nazionale Competente in rappresentanza dello Stato e una persona, che stabilisce i termini e le condizioni per l'accesso a risorse genetiche, suoi prodotti derivati e, se del caso, il componente intangibile associato [conoscenza tradizionale].”(18)
La regione andina diventa esportatrice di componenti biologici potenzialmente commerciali, e si puntualizza nel caso della Colombia che, “…l'analisi economica delle richieste di accesso a risorse genetiche per fini commerciali deve includere benefici monetari (intesi come prezzo di accesso e royalty) e non monetari.“(19) Nel caso specifico del Perù, lo stato, nello svolgere il compito di biolavaggio, sostiene che, “…l'Autorità Nazionale Competente, in rappresentanza dello Stato, riceverà il 5% del valore della transazione pattuita tra il somministratore delle risorse genetiche e il richiedente. Così pure, riceverà lo 0,5% del valore delle vendite al lordo delle imposte derivanti dall'uso commerciale o industriale delle risorse genetiche o suoi derivati, a seconda dei casi. Questi benefici non includono quelli che provengono dall'utilizzo del componente intangibile.”(20) Secondo quanto detto prima, risulta ovvio che il vero commercio sulla base della ricchezza andina viene garantito alle CMN che negoziano il “migliore” contratto di accesso, mentre le comunità indigene appaiono più nella determinazione della partecipazione a “condividere” la loro conoscenza, risultando meno presenti e in maniera poco chiara quando si tratta del pagamento di royalty, e in alcuni casi non compaiono nemmeno in quest'ultimo punto. Per farsi un'idea degli attori interessati alla ricchezza andina, a marzo 2001 la regione aveva ricevuto circa 20 domande di accesso (tra cui figuravano l'Università di Zurigo, l'Università del Missouri, l'Università del Tennessee, l'Università di Cornell e la USDA)(21).

Sulla stessa direttrice si collocano quelle legislazioni nazionali sulle proprietà intellettuali, a conferma dei forti interessi che ruotano attorno alle risorse biologiche. Quindi, come conseguenza della manipolazione della proprietà intellettuale da parte della CDB a favore delle multinazionali coinvolte nel biocommercio (considerando che lo Stato ha dei diritti esclusivi sulla biodiversità che posso essere commerciabili per contratto), l'Instituto Nacional de Defensa de la Competencia y Protección de la Propiedad Intelectual - INDECOPI (Perù) si è impegnato a regolamentare la proprietà intellettuale sul materiale genetico. Sebbene l'articolo 27 della Legge sulla Proprietà Industriale (Decreto Legislativo n. 823) proibisca che gli organismi viventi (piante ed animali) possano essere brevettabili, la Corte Suprema, con il decreto n. 010-97 ha ammesso un'eccezione indicando che i microrganismi e i procedimenti che vivono in natura o in ambienti controllati non sono menzionati dalla Legge e pertanto possono essere brevettati.(22)

Il risultato dei crescenti interessi da parte delle imprese e di interpretazioni di questa natura, sono stati i numerosi casi di biopirateria del paese. Dai rinomati casi della maca(23)e dello yacon(24), del cotone tinto, dei campioni di sangue e di microrganismi di popolazione indigena, della china andina, dell'ayahuasca e del fagiolo (nuña), tra gli altri, fino a progetti più ambiziosi e istituzionalmente manipolati come quello della International Cooperative Biodiversity Group (ICBG).

Quest'ultimo, realizzato nel 1992 a seguito del Summit di Rio e con il sostegno della USAID, opera in quasi tutte le zone biologicamente megadiverse del globo, rappresentando i forti interessi dell'industria biotecnologica (soprattutto nelle applicazioni biomediche), dato che è composto dall'Instituto Nacional de Salud dell'EUA (NIH), dall'Instituto Nacional del Cáncer (NCI), dall'Instituto Nacional de Alergias y Enfermedades Infecciosas (NIAID), dall'Instituto Nacional de la Salud Mental(NIMH), dall'Instituto Nacional sobre el Abuso de Drogas (NIDA), dall' Instituto Nacional del Corazón Pulmones y Sangre (NHLBI), dalla Fondazione per la Scienza e dalla Fondazione Fogarty (braccio destro dell'NIH).
Secondo la filosofia dell' ICBG,
... urgono sforzi per studiare il potenziale medicamentoso di piante, animali e microrganismi del pianeta...il 40-50% dei farmaci attualmente utilizzati derivano da prodotti naturali...il programma [dell'ICNG]...ha come obiettivo quello di promuovere la scoperta di prodotti naturali...Finora, circa 4.000 specie di piante e animali sono state esaminate nella loro attività biologica su 13 aree terapeutiche distinte.”(25)

Un denominatore comune dei vari progetti dell'ICBG è che, oltre a contare sull'avallo dello stato-nazione “ospite”, tutti coinvolgono sia scienziati nazionali che comunità indigene, allo scopo di ripulire il processo acquisitivo dei campioni e “condividere” la conoscenza tradizionale sulla biodiversità locale (e in questo modo “rispettare” la CDB). Il caso dell'ICBG-Andino (Perù) non fa eccezione.
L'ICBG - Andino, ricerca nelle foreste tropicali delle Ande nord orientali, estratti attivi con proprietà farmacologiche. Coinvolge l'Università di Washington, alcuni soci del Museo Naturale del Perù, l'Università di Cayetano, l'Università San Marcos, il Giardino Botanico del Missouri e Searle (della CMN Monsanto dell' EUA).
Secondo Rosenthal, direttore generale dell' ICBG nell' EUA, “...la CONAP [Confederazione delle Nazionalità Amazzoniche] è il “prestanome” mediante cui si concretizza il programma dell' ICBG in Perù”.(26) Così, con la CONAP apparentemente in pugno, l' ICBG-Perù, così come indica una pubblicazione di Francesca T. Grifo (27) pubblicata nel sito web del Fogarty Internacional Center (parte del ICBG), ha come obiettivo principale quello di,
…determinare lo stato di salute degli Aguarunas e degli Huambisas nel nord-est delle Ande per conoscere quali medicine tradizionali utilizzino e per curare quali patologie…Per raggiungere questo obiettivo l'Università di Washington sta attualmente collaborando con il Museo di Storia Naturale [Perù], con l'Università di Cayetano [Perù], e con la Monsanto Company…La ricerca è iniziata in…un'area nota per il suo alto grado di biodiversità…e per le conoscenze etnobotaniche.
Inoltre, come si legge in una pubblicazione del Sustainable Development International, dell'anno 2000 (finanziato, tra gli altri, dall'ONU):
…[le] piante della foresta pluviale peruviana potrebbero aiutare i medici nella lotta contro la tubercolosi... In uno studio su circa 1250 estratti del Perù, un 46% ha mostrato la capacità di inibire la crescita del batterio della tubercolosi (M. tuberculosis)... Gli inaspettati risultati sono venuti alla luce dopo mesi di collaborazione tra i ricercatori…attraverso l'ICBG - Perù... Walter Lewis, professore di biologia presso l'Università di Washington e la sua équipe vivono con la tribù raccogliendo campioni di piante e imparando dati su piante specifiche che gli indigeni utilizzano nelle loro pratiche medicinali.”

Inoltre, Lewis sottolinea il grande potenziale che hanno le piante peruviane nel trattamento dell'Aids, il che “fornisce un motivo in più affinché vengono conservati questi ecosistemi”.(28) Allo stesso tempo aggiunge Grifo che “…le piante che sono state utilizzate dai nativi del Perù e dal resto del Sudamerica per generazioni nel trattamento delle malattie diffuse o rare sono attualmente in fase di raccolta.”(29) Quindi, gli affari dell'ICBG- Perù e delle sue multinazionali “affiliate” (non del Perù e della sua gente), si basano principalmente sull' identificazione di composti con attività antinfettiva, antinfiammatoria, eccetera, ad esempio per applicazioni commerciali su malattie prodotte da virus, comprese quelle che attaccano il sistema respiratorio; per la prevenzione e la cura dell'herpes, dei batteri e di altre malattie quali la malaria, la tubercolosi e l'Aids. Si tratta, quindi, di un affare per niente disprezzabile per la Monsanto, già fusa con Pharmacia/UpJohn, che si colloca al nono posto tra le società farmaceutiche del globo, oltre ad essere la seconda produttrice di sementi e agrochimica.

Riflessione finale
I dati e l'analisi qui mostrati tentano di presentare al lettore, a volte estraneo alla tematica trattata, i principali protagonisti del biocommercio, sia nell'agevolazione e nella promozione di attività di biopirateria, o direttamente il loro svolgimento, sia per utilizzare tali risorse e le conoscenze su di esse a scopo di lucro nello sviluppo delle bio-tecnologie. Considerato che la finalità del presente studio è denunciare il complesso fenomeno che ruota attorno alla geoeconomia e alla geopolitica della biodiversità e loro conoscenze, è fondamentale evidenziare il modus operandi degli attori coinvolti rompendo con la tendenza a codificare linguisticamente un discorso “conservazionista” di base che promuove lo sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali della periferia. Si noti, dunque, come si gestisce un'organizzazione disorganizzata di confronto fra interessi e potere, sotto cui operano ripetutamente le stesse istituzioni “internazionali” vincolate alle proiezione degli interessi egemonici degli Stati Uniti e dei loro “alleati”, così come quella di gruppi selezionati di capitali conservazionisti e bio-tecnologici dei paesi del Nord del mondo, per assicurarsi il controllo e l'accesso agli spazi geografici e garantire quindi per se stessi l'usufrutto delle risorse naturali e delle relative conoscenze. Questa ricerca sulle tendenze globali ci porta obbligatoriamente a riconsiderare il panorama mondiale in relazione all'aspetto strategico della biodiversità, ma soprattutto, a partire dal ruolo svolto da una parte dalle élite latinoamericane e dall'altra dal popolo latinoamericano. Il saccheggio della biodiversità in AL, e nel resto della periferia, é possibile solamente con l' avallo di un'élite nazionale che risponde ad interessi propri e conseguenti a quelli dei paesi del Nord da cui provengono le multinazionali biotecnologiche e i loro “soci”. E, sebbene le conseguenze delle politiche predatorie e denazionalizzatrici in AL, formulate e promosse dalla BM et alii, rappresentino una vera e propria “guerra di classe” e non si limitano ad un ambito in particolare ma sono totalizzatrici dal punto di vista economico-politico, diplomatico-militare ed ecologico-sociale, non si tratta di un monolito che non lascia alternative. Il processo, colmo di crepe e contraddizioni, incorre in fasi in cui, tra tutte le conseguenze, si intensifica il malcontento nei settori più colpiti e saturi. In tal senso, la costruzione sociale di alternative dovrà necessariamente ricorrere a strumenti di stato che permettano di elaborare un progetto alternativo di lungo periodo e portata, socialmente positivo (inteso come progetto che si pensa, si costruisce e opera a partire dalla prospettiva di ciascuno dei soggetti sociali). Il panorama rappresenta più che un richiamo per quelle ONG e attori vincolati alla gestione delle risorse naturali e della loro conoscenza, nel senso di definire la propria posizione, dato che non è possibile essere favorevoli alle comunità indigene-contadine e allo stesso tempo aderire ai progetti della BM et alii; così come non si può ricevere direttamente o indirettamente fondi dalle multinazionali poco interessate alla crisi ecologica che hanno generato, pretendendo di “preservare” l'ambiente per “il bene dell'umanità”.
In base a quanto detto finora, il testo spera di stimolare e contribuire all'urgente dibattito pubblico, legislativo e giudiziario e da parte dei partiti e delle associazioni politiche sui meccanismi che devono stabilirsi per ottenere la rendicontazione contabile, tanto delle istanze e degli attori nazionali, quanto di quelli esterni coinvolti nel saccheggio delle risorse naturali e delle relative conoscenze in America Latina.





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NOTE:

1 - Delgado-Ramos, Gian Carlo. Biodiversidad, Desarrollo Sustentable y Militarización. Plaza y Valdés. México, 2004.
2 - Mittermeier, R. y Myers, N. Megadiversity: earth´s biologically wealthiest nations. Cemex-Sierra Madre. Toppan Printing Co. Tokio.
3 - Gobierno de Perú. Biological Diversity in Peru. National Report. Lima, dicembre 1997.
4 - Consejo Nacional del Ambiente (CONAM). Estrategia Nacional sobre Diversidad Biológica. Lima, ottobre 2001: 24.
5 - Ibid.
6 - Ibid: 24.
7 - Ibid: 51.
8 http://www.profonanpe.org.pe/quees.htm
10 - CONAM, 2001: 150. Las negritas son mías.
11 -Governo del Perú, 1997. Op cit: 79.
12 - Ibid: 77.

13 - http://www.cepf.net/xp/cepf/where_we_work/tropical_andes/full_strategy.xml
14 - Ibidem.
15 -BM/Gef. Catalyzing Conservation Action in Latin America. Washington, D.C. Marzo 2000: 3.
16 Governo del Perú, 1977. Op cit: 177.
17 -Comunità Andina delle Nazioni. Estrategia Regional de Biodiversidad: acceso a recursos genéticos. Gtz/Fundeco/IE. Bolivia, 2 luglio 2001: 6.
18 -Ibid: 9. Las negritas son mías.
19 -Ibid: 20.
20 -Ibid: 29.
21 -Ibid: 34.
22 - Ibid: 145-146.
23 - Radice conosciuta per le sue proprietà nutritive, ricostituenti e medicinali che cresce nelle Ande ad altitudini superiori ai 4300 m.. Dal 2000, sono ormai tre brevetti richieste dalle case farmaceutiche CMN (PureWorld, Botanicals, Inc. e Biotics Research) per attribuirsi la scoperta delle proprietà medicinali della maca.
24 - E' una pianta originaria delle Ande. Parente del girasole. Ha un sapore dolce che tuttavia non ingrassa, il che genera grandi aspettative commerciali. Lo scandalo sul furto del yacon inizió quando due ex-impiegati del Centro Internazionale della Patata (CIP) a Lima accusarono i direttori di questo istituto pubblico di ricerca di contrabbandare il germoplasma di yacon per conto del governo giapponese. Gli ex - impiegati, il Dr. Noel Pallais e il Dr. Zoesimo Huaman (quest'ultimo ha costituito una sua propria ONG - ProBioAndes - dopo la sua uscita dal CIP) sostengono che il CIP ha ricevuto una richiesta, da parte dell'ambasciatore giapponese, di germoplasma incluso nel 'fedecommesso' del Centro nel novembre1999. (Il CIP possiede una vasta banca genetica internazionale a Lima che viene frequentemente usata dai governi regionali per l' incubazione della tubercolosi, i materiali in fedecommesso non possono essere oggetto di nessuna forma di proprietà intellettuale). Pallais e Huaman sostengono che per evitare accuse di biopirateria, il CIP ha consegnato i campioni di yacon ad un istituto governativo peruviano (INRENA) la cui direttrice, Josefina Takahashi, successivamente ha consegnato i tubercoli all'ambasciatore del Perù in Giappone, che è volato con essi a Tokio alcuni giorni più tardi. La storia diventa più intrigante, in quanto l'ambasciatore del Perù è il cognato di Fujimori, l'ex - presidente peruviano che si era rifugiato in Giappone. Si associa così Takahasi del INRENA agli interessi di Fujimori. Nella denuncia a livello globale di questo caso, RAFI (ora ETC Group) ha svolto un ruolo fondamentale. (consultare: www.etcgroup.org e www.ecoportal.net/noti/notas789.htm)
25 - http://www.nih.gov/fic/programs/icbg.html
26 -(Rosenthal, Joshua, “The International Cooperative Groups (ICBG) Program.” Disponibile su: www.biodiv.org/doc/case-studies/cs-abs-icbg.pdf)
27 - Grifo, Francesca T. “Chemical Bioprospecting: an overview of the International Cooperative Biodiversity Groups Program.” In Biodiversity, Biotechnology, and Sustainable Development in Health and Agriculture: Emerging Connections. Pan American Health Organization scientific publication No. 560. Washington, D.C. EUA, 1996.
28 - “Rainforest plants help battle Tuberculosis.” Disponibile su: www.sustdev.org/industry.news/082000/0463.shtml
29 - Grifo, Op cit. Ibidem.

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